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Il calcio ai tempi del Duce

Aggiornamento: 29 giu 2022


Per quanto riguarda la storia del calcio ho pensato importante parlare dei risvolti politici di questo sport nel periodo fascista.


Benito Mussolini puntò molto sullo sport come mezzo efficace di propaganda per consolidare il consenso al regime fascista e rafforzare nel popolo un sentimento di unione e di identificazione nazionale. Lo sport doveva contribuire a forgiare un “uomo nuovo”, forte e virile.




Il calcio però, almeno inizialmente, non era tra gli sport che Mussolini prediligeva; il pugilato, il rugby, la scherma, gli sembravano più adeguati a questo scopo.


Col passare del tempo però si rese conto che il calcio stava diventando sempre di più lo sport delle masse e realizzò presto quanto potesse essergli utile investire su di esso per entrare definitivamente nelle grazie del popolo italiano e per creare un sentimento unitario nel paese.



Nel 1926, con la carta di Viareggio, apportò una prima importante modifica organizzativa, fondendo in un solo campionato nazionale i due gironi separati del Nord e del Sud.


Successivamente, su impulso del regime, cominciarono a nascere le prime squadre cittadine, che garantivano a tante persone di appassionarsi al calcio sempre di più.


Una squadra in particolare trasse beneficio dall’intervento del duce: si tratta de La Dominante, nata a Genova nel 1928 dalla fusione dell’Andrea Doria con la Sampierdarenese.



La Dominante giocava con la divisa nera (colore che richiamava le “camicie nere” fasciste), e nel suo stemma, accanto al grifone genovese, compariva il fascio littorio, simbolo fascista ripreso dall’antica Roma, che poi durante il ventennio molte altre squadre di calcio adottarono.

Consapevole che le squadre cittadine potevano alimentare delle rivalità interne, Mussolini decise di puntare sulla Nazionale Italiana di calcio: il miglior mezzo sportivo di propaganda a disposizione per promuovere l’unificazione popolare.


L’obiettivo principale era la vittoria ad ogni costo, per esaltare la potenza e la supremazia dell’Italia di fronte al popolo e al mondo intero. La competizione diventava una guerra da vincere, e la vittoria di conseguenza una dimostrazione di forza “muscolare”, il segno del “primato” italiano.


Per i Mondiali di calcio del 1930 fu inaugurata una campagna di radiodiffusione per permettere a tutti di seguire le imprese degli Azzurri. Inoltre fu permesso a calciatori sudamericani con origini italiane, i cosiddetti oriundi, di essere convocati per la Nazionale, per dare il loro contributo alla vittoria.


Mussolini fece poi costruire rapidamente svariati stadi, tra cui lo Stadio del partito Nazionale Fascista a Roma, e lo Stadio Mussolini a Torino, pronti ad ospitare i Mondiali del 1934.


La Nazionale era allenata da Vittorio Pozzo, e alcuni dei giocatori erano all’epoca considerati vere e proprie icone, come Meazza e Ferraris. La Nazionale arriva in finale e a Roma vince in rimonta per 2 a 1 contro la Cecoslovacchia. In tribuna figurava anche Mussolini e l’entusiasmo era alle stelle.



I media descrissero la vittoria come una vera e propria conquista militare, la prepotente affermazione di un popolo che si affacciava sulla scena della storia. Quattro anni più tardi, nel 1938, l’impresa fu ripetuta nei Mondiali che si giocarono in Francia.


Nel popolo italiano la passione per il calcio si radicò come un sentimento quasi religioso; l’espansione di questo sport era ormai inarrestabile e diventava sempre più grande man mano che il fascismo si mostrava sempre più aggressivo a livello internazionale.


Se hai qualcosa da aggiungere scrivimi! Se vuoi saperne di più sulla storia del calcio continua a leggere i post del mio blog!

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